Quella mattina di Natale del 1944 il
cielo della frazione di Castellar Ponzano era coperto da una provvida
coltre di basse nuvole.
Così qualche ora prima di mezzogiorno
Nina si mise a spadellare, la sua idea era quella di preparare un
succulento risotto allo zafferano, la donna infatti aveva gelosamente
conservato una bustina della preziosa spezia gialla, in attesa di
un'occasione speciale.
Persino Vincenzo, il marito di Nina,
sempre lontano da casa in quei giorni e avvertito per tempo, poco
prima di pranzo si presentò alla porta. Nemmeno lui, da sempre
ricercato dai tedeschi, si fece sfuggire quell'appuntamento. Poche
ore prima probabilmente era da qualche parte con il fratello
Vittorio, il cantoniere, anche lui collaborazionista dei partigiani,
che dava rifugio e faceva da logistica per le armi e gli
equipaggiamenti.
I due bambini, Giuseppe che era il più
grande e aveva 7 anni ed il minore, Franco di 4 anni più giovane,
intenti a giocare coi balocchi di fortuna, furono entusiasti
dell'idea della mamma e pregustavano quel piatto da signori che
capita poche volte in una casa contadina.
Quando il momento di mettersi a tavola
era ormai vicino, il maledetto cielo si aprì, lasciando penetrare
potenti raggi di sole che d'un tratto illuminarono la stanza. Nina
non si scoraggiò, ma andò avanti a rimestare nella pentola, dalla
quale proveniva ormai un profumo che i muri di quella casa poche
volte avevano avuto la fortuna di sentire.
Passarono forse meno di cinque minuti
che un rombo lontano sembrò farsi più insistente; gli sguardi muti
della famiglia si incontrarono, ma nessuno voleva dire quello che
pensava.
Nel frattempo Nina, forse
intenzionalmente sorda a quell'avviso, spense il fuoco e prese i
piatti belli. Li riempì con sapienti e colmi mestoli di risotto
giallo fumante e li dispose sulla tavola che ancora nessuno aveva
avuto il coraggio di occupare.
Il rombo divenne improvvisamente il
boato a bassa quota di un caccia inglese Hurricane, accompagnato dal
crepitio dei suoi cannoni da 20mm che miravano alla vicina ferrovia,
passaggio di treni blindati e rifornimenti tedeschi. La contraerea
esplodeva in risposta secchi colpi cadenzati che facevano tremare i
fragili vetri della casa.
Giuseppe prese in braccio il piccolo
Franco, mentre Nina e Vincenzo si precipitarono alla porta, poi una
veloce fuga dei quattro verso i campi, mentre sulle loro teste i
proiettili sfrecciavano nelle opposte direzioni. Trovarono rifugio
nel letto di un canale d'irrigazione, proprio sotto uno spoglio
salice.
Il roboante V12 Rolls-Royce trainava
quella belva in virata stretta proprio davanti a loro, tanto che
Giuseppe poté vedere chiaramente il volto del pilota, e l'inglese
scorse Giuseppe, con la sua famiglia rannicchiata, in un gesto che
per loro era divenuto quasi una norma nelle limpide giornate di
guerra. Per fortuna esaurite le munizioni dopo alcuni passaggi, la
battaglia si consumò in poco meno di venti minuti, quindi la
famiglia fece un lento ritorno verso casa.
Sulla tavola il risotto era ancora lì
ad aspettare, ma non più fumante, e tanto meno appetitoso, ormai un
piatto buono solo per le bestie da cortile. Un'occasione sprecata, un
giorno di festa rovinato, che provocò un grande malincuore a tutti.
Ed è così che oggi, 25 dicembre 2010,
mio padre Giuseppe, come una rivincita da tempo attesa dall'ultimo
della famiglia, ha pregato mia madre di preparare quello stesso
risotto che in quel Natale del 1944 era rimasto incompiuto. Il cielo
è coperto anche oggi, e degli inglesi nessuna traccia. Infatti il
risotto è squisito e leggendario.
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