Ho ragionato piuttosto a lungo sulla straziante fotografia
del povero Aylan, 3 anni, il corpicino senza vita, prono sulla battigia, la
spiaggia, il mare, simbolo di respiro, di acqua e libertà, una cosa che non
dovrebbe avere senso.
All’inizio ammetto di essere stato tra quelli che trovavano “sconveniente” pubblicare quella foto, forse perché frequentando i social media, Twitter in testa, era divenuta così ridondante da perderne il senso.
Ho anche letto le dieci domande poste da @ferrazza su Wired, sacrosante questioni rivolte ai fruitori di questo mondo troppo virtuale e poco sociale, ed una delle mie risposte è che non lo so se la foto farà storia come dice @mariocalabresi, è troppo difficile determinarne l’esito dopo che migliaia di persone, che non conoscono la realtà da cui queste persone stanno fuggendo, l’hanno condivisa per un like o un retweet.
È però anche vero che molte di queste persone si sono fermate, hanno approfondito, hanno fatto ricerche, ed ecco ancora questa Kobane, questa Siria di merda, Aylan e la sua famiglia venivano da lì, ed ora c’è un padre senza respiro, sopravvissuto ai suoi figli ed alla moglie. Del fratellino Galip di 5 anni, anche lui morto su quella spiaggia, non ci sono foto, ma state sicuri che un altro soccorritore turco, ha tenuto tra le mani anche quel corpo.
Non trovo scontata o sconveniente la decisione di pubblicarla in prima pagina, come hanno fatto La Stampa, o Il Manifesto, certo non è uno scoop, perché per ore ed ore l’abbiamo osservata scorrendo le nostre pagine web, non farlo avrebbe voluto dire ignorare il problema ancora di più. La stampa cartacea non ha più quell’effetto sorpresa degli strilloni agli angoli delle strade, e noi siamo qui a dire se Calabresi ha fatto bene o male, perdendoci ancora di più nel nulla.
Per un attimo mi è tornata alla mente la foto di quei civili tedeschi, in abiti eleganti nelle visite forzate ai campi di concentramento e di sterminio, ed i loro occhi spesso verso il basso, anche mentre venivano costretti dagli alleati a prendere in mano la pala per seppellire i cadaveri.
Un amico (padre), su Facebook ieri ha pubblicato una foto di suo figlio, steso sulla spiaggia, nella stessa posizione di Aylan, con il commento “Ecco quello che ho visto”; sotto la foto, diversi commenti del tono “Sei crudele, non affliggerci ancora di più, lo sappiamo quello che è successo”.
All’inizio ammetto di essere stato tra quelli che trovavano “sconveniente” pubblicare quella foto, forse perché frequentando i social media, Twitter in testa, era divenuta così ridondante da perderne il senso.
Ho anche letto le dieci domande poste da @ferrazza su Wired, sacrosante questioni rivolte ai fruitori di questo mondo troppo virtuale e poco sociale, ed una delle mie risposte è che non lo so se la foto farà storia come dice @mariocalabresi, è troppo difficile determinarne l’esito dopo che migliaia di persone, che non conoscono la realtà da cui queste persone stanno fuggendo, l’hanno condivisa per un like o un retweet.
È però anche vero che molte di queste persone si sono fermate, hanno approfondito, hanno fatto ricerche, ed ecco ancora questa Kobane, questa Siria di merda, Aylan e la sua famiglia venivano da lì, ed ora c’è un padre senza respiro, sopravvissuto ai suoi figli ed alla moglie. Del fratellino Galip di 5 anni, anche lui morto su quella spiaggia, non ci sono foto, ma state sicuri che un altro soccorritore turco, ha tenuto tra le mani anche quel corpo.
Non trovo scontata o sconveniente la decisione di pubblicarla in prima pagina, come hanno fatto La Stampa, o Il Manifesto, certo non è uno scoop, perché per ore ed ore l’abbiamo osservata scorrendo le nostre pagine web, non farlo avrebbe voluto dire ignorare il problema ancora di più. La stampa cartacea non ha più quell’effetto sorpresa degli strilloni agli angoli delle strade, e noi siamo qui a dire se Calabresi ha fatto bene o male, perdendoci ancora di più nel nulla.
Per un attimo mi è tornata alla mente la foto di quei civili tedeschi, in abiti eleganti nelle visite forzate ai campi di concentramento e di sterminio, ed i loro occhi spesso verso il basso, anche mentre venivano costretti dagli alleati a prendere in mano la pala per seppellire i cadaveri.
Un amico (padre), su Facebook ieri ha pubblicato una foto di suo figlio, steso sulla spiaggia, nella stessa posizione di Aylan, con il commento “Ecco quello che ho visto”; sotto la foto, diversi commenti del tono “Sei crudele, non affliggerci ancora di più, lo sappiamo quello che è successo”.
Inutile dire che Facebook ha rimosso la foto dopo alcune segnalazioni.
Oggi (chissà se per la foto di Aylan o altro) si sveglia il Canada, si svegliano gli USA, forse hanno capito che sta succedendo qualcosa, e che l’Europa da sola non riesce a far fronte all’emergenza, ma tutti sbagliano ancora una cosa, continuano a parlarne come “il problema dei migranti”, senza pensare sempre di più a come fare perché questi paesi martoriati non debbano più produrli...i “migranti”.
Oggi (chissà se per la foto di Aylan o altro) si sveglia il Canada, si svegliano gli USA, forse hanno capito che sta succedendo qualcosa, e che l’Europa da sola non riesce a far fronte all’emergenza, ma tutti sbagliano ancora una cosa, continuano a parlarne come “il problema dei migranti”, senza pensare sempre di più a come fare perché questi paesi martoriati non debbano più produrli...i “migranti”.
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